Doctor Trusted Trusted Seal
 

Biofeedback & Psychofeedback

Il biofeedback costituisce, probabilmente, una delle più interessanti novità, in ambito terapeutico, degli ultimi anni. La carica innovativa, apportata da questa tematica, nella’ambito delle neuroscienze ed in psicoterapia, non si è, ancora esaurita, sul piano teorico ed epistemologico, mentre, sul versante applicativo, un impiego accorto della tecnica può costituire, a mio parere, uno strumento tattico di cambiamento, efficace e maneggevole. In ambito cognitivista, il biofeedback ha sollecitato una notevole massa di studi, riflessioni ed applicazioni.
 
Il biofeedback, il cui nome deriva dalla combinazione dei termini inglesi biology e feedback, è una procedura sperimentale e clinica consistente, sostanzialmente, nel presentare, con l’ausilio di adatte strumentazioni, informazioni relative all’andamento dinamico di funzioni biologiche al soggetto stesso dal cui organismo tali informazioni sono attinte (Fuller, 1977).
 
L’obiettivo, che si cerca di perseguire, è quello di far apprendere, all’individuo, la possibilità di regolare e controllare funzioni biologiche che, di norma, non sono sottoposte al controllo volontario o che lo sono in misura relativa o che non lo sono più a causa di una condizione morbosa.
 
Nel primo caso, si instaura una nuova forma di regolazione biologica, nel secondo la si migliora, nel terzo la si ripristina. Esemplificazioni di tali differenti dinamiche possono essere, rispettivamente, le tre seguenti.
 
In genere, non si è consapevoli dell’andamento di variabili biologiche quali la frequenza cardiaca, la pressione sistola e/o diastolica, la microsudorazione dei polpastrelli delle dita della mano. Informazioni riguardo lo stato dinamico di questi parametri sono, però, ricavabili mediante strumentazioni elettroniche.
 
Consentendo al paziente di fruire di tali informazioni, attraverso display ottici o feedback acustici, è possibile fargli individuare, attraverso un processo di prove ed errori, quali tattiche, a livello cognitivo ed emotivo, siano efficaci per ottenere il controllo e quali no e, quindi, di stabilizzare, elettivamente, i meccanismi che portano alla regolazione del parametro in questione.
 
In questo caso, si è perseguito lo scopo di instaurare un controllo volontario su parametri, di norma, regolati, automaticamente, a livello sottocorticale. Nel caso, invece, dell’EMG-biofeedback, nell’ambito del quale si persegue lo scopo di indurre uno stato di rilassamento profondo, si deve osservare che una certa consapevolezza del grado di tensione o distensione muscolare è presente, in condizioni fisiologiche, grazie alla presenza di efficaci meccanismi di feedback propriocettivo (fusi neuromuscolari).
 
In questa circostanza il feedback strumentale non introduce, quindi, ex novo, una informazione ma, piuttosto, la rende più dettagliata e, quindi, più efficace ai fini del controllo. Per finire, nel caso di una perdita, causata da un processo morboso, del feedback informativo fisiologico, la tecnica di biofeedback svolge una “funzione vicaria” dei canali fisiologici danneggiati. Ciò si realizza, in medicina Riabilitativa, utilizzando meccanismi di feedback su parametri quali la posizione di un arto, che non viene più debitamente comunicata ai meccanismi centrali di controllo a causa della perdita del feedback propriocettivo.
 
Lo sviluppo del biofeedback prese le mosse, negli Stati Uniti, alla fine degli anni Sessanta, allorché Miller dimostrò, nell’animale, la possibilità di fare apprendere il controllo di funzioni biologiche, regolate dal sistema nervoso neurovegetativo, quali la frequenza cardiaca e la attività vasomotoria cutanea periferica (Miller, 1969). Nello stesso periodo, sempre negli Stati Uniti, un altro gruppo di ricercatori dimostrò che, anche nell’uomo, era possibile raggiungere l’autocontrollo di parametri quali la frequenza cardiaca, la vasocostrizione cutanea, i ritmi elettroencefalografici (Snyder, Noble, 1968).
 
Negli anni Settanta le tecniche di biofeedback si sono diffuse in America ed Europa. A questa rapida diffusione ha, indubbiamente, contribuito lo sviluppo della microelettronica che ha consentito la messa a punto di strumentazioni sempre più compatte, maneggevoli ed economiche. In Italia lo sviluppo del biofeedback è iniziato nella seconda metà degli anni settanta, soprattutto presso la Clinica Psichiatrica della Università di Roma nell’ambito della quale Pancheri, ed il suo gruppo, costituivano la Società Italiana di Biofeedback (Pancheri, 1979).
 
Successivamente, nel breve volgere di dieci anni, il paradigma del biofeedback ha conosciuto un notevole cambiamento di prospettiva, passando da concezioni riduzioniste a teorizzazioni più articolate, improntate all’ottica dell’”human information processing” e influenzate dall’epistemologia cognitivista (Scrimali, Grimaldi, 1991).
 
Sinora si è parlato di tecniche di biofeedback, descrivendo come sia possibile instaurare e sfruttare terapeuticamente la retroazione biologica di differenti parametri. A questo punto occorre sottolineare che le tematiche del biofeedback appaiono differenti, a seconda che si parli di monitoraggio di parametri fisiologici o di parametri psicofisiologici.
 
Questa distinzione sottende una certa puntualizzazione riguardo la problematica del biofeedback. Rifacendoci alla stessa definizione che se ne dà come di: – una procedura sperimentale e clinica consistente nel presentare, con l’ausilio di adatte apparecchiature, informazioni relative a funzioni biologiche dell’organismo al soggetto stesso da cui esse vengono attinte – possiamo osservare come, le funzioni biologiche dell’organismo, a cui, genericamente, ci si riferisce, possono essere di tipo diverso.
 
In particolare, è possibile distinguere parametri biologici, che esprimono, soprattutto, attività somatiche, e parametri psicofisiologici che riguardano, invece, anche funzioni psichiche. Una tecnica di biofeedback, che parta dal monitoraggio di un parametro biologico, come, per esempio, il tono muscolare, punta al controllo di una funzione somatica, mentre, tipi di biofeedback, come quello dei ritmi elettroencefalografici, e dell’attività elettrodermica, mirano al conseguimento dell’autocontrollo emotivo e cognitivo.A questo proposito nel 1980, in occasione del II Congresso della Società Italiana di Biofeedback ho proposto di definire physiofeedback o feedback fisiologico il feedback diretto e psychofeedback o feedback psicofisiologico quello indiretto. Le problematiche inerenti i due diversi temi sono differenti (Scrimali, Grimaldi, 1982).
 
Più immediata quella del “physiofeedback”, che comporta l’acquisizione del controllo di una funzione specifica e che, quindi, coinvolge solo problemi fisiologici, per altro già ben studiati e risolti (per esempio per l’EMG-feedback, la dinamica dell’attività muscolare); più complessa e delicata quella dello “psychofeedback” che chiama in causa la tematica psicofisiologica.
 
Il concetto di “psychofeedback” presuppone la possibilità di adozione del monitoraggio di un parametro biologico quale indice di fenomeni psichici a livello cognitivo ed emotivo. Allo stato attuale, di studi e ricerche, le due tecniche di biofeedback che soddisfano, in misura sufficiente, la definizione di feedback psicofisiologico sono soprattutto il biofeedback della attività elettrodermica ed il biofeedback della attività elettroencefalografica, con particolare riferimento all’alpha-training.
 
Con il termine di Psychofeedback indichiamo dunque la specifica modalità di Biofeedback attuabile grazie all'impiego di MindLAB Set.